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7 Novembre 2026 | Innovazione

First call per una piattaforma italiana di gravità artificiale

Per una conoscenza sempre più approfondita del comportamento di sistemi, materiali e processi in condizioni di gravità diverse da quelle terrestri.

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L’ASI, l’Agenzia Spaziale Italiana, sta valutando lo sviluppo di una piattaforma orbitale capace di generare livelli controllati di gravità artificiale, a supporto della ricerca scientifica e dello sviluppo tecnologico.

Se fosse disponibile una piattaforma orbitale capace di offrire per lunghi periodi livelli controllati di gravità, dalla microgravità alle condizioni lunari e marziane, quali nuove domande scientifiche potremmo affrontare? Quali tecnologie sarebbe utile studiare e validare?

Da questi quesiti è nata l’iniziativa dell’ASI, che intende avviare un confronto con la comunità scientifica e tecnologica per raccogliere idee, esigenze e possibili casi d’uso di una futura infrastruttura.

Questa piattaforma orbitale a gravità artificiale potrebbe ospitare payload, indicativamente delle dimensioni di alcune unità CubeSat (il CubeSat è un satellite miniaturizzato composto di moduli cubici, ciascuno con un volume di 1 dm³ e una massa non superiore a 2 kg), operanti in modo completamente autonomo e senza intervento di equipaggio, consentendo l’esecuzione di esperimenti a livelli controllati di gravità (dalla microgravità a valori comparabili con quelli di Luna e Marte).

Inizia da lontano la storia dell’esplorazione italiana dei corpi celesti.
Tutto cominciò con un cannocchiale: nel 1609 Galileo Galilei lo puntò verso la Luna e fu il primo a descrivere ciò che vi aveva visto: montagne, crateri, una superficie scabra simile a quella terrestre, e non la sfera perfetta e levigata che tutti si aspettavano. Pochi decenni dopo Giovanni Battista Riccioli e Francesco Maria Grimaldi disegnarono a Bologna una mappa lunare e diedero ai crateri i nomi di filosofi e astronomi, nomi che, in gran parte, usiamo ancora oggi.

Poi toccò a Marte. Nel 1877, dall’osservatorio di Brera a Milano, Giovanni Schiaparelli osservò il pianeta rosso nel momento della sua massima vicinanza e vi scorse una fitta rete di linee sottili che chiamò canali. Era una parola neutra, che in italiano poteva indicare anche solchi naturali, ma tradotta in inglese come canals, cioè opere artificiali, accese l’immaginazione del mondo.

Oggi gli italiani esplorano con la tecnologia: dal radar SHARAD, sviluppato in Italia e fornito dall’Agenzia Spaziale Italiana alla sonda Mars Reconnaissance Orbiter della NASA per scandagliare il sottosuolo marziano dall’orbita, al rover europeo ExoMars, che dovrebbe partire nel 2028 per cercare tracce di vita passata, fino al lander Schiaparelli, che portava appunto il nome dell’astronomo di Brera e che si è schiantato su Marte nel 2016.

Di <a href="https://www.telepress.news/author/arman-c-mariani/" target="_self">Arman C. Mariani</a>

Di Arman C. Mariani

Arman Carlo Mariani, milanese, classe 1972. Dopo gli studi su cinema e teatro, mi occupo di comunicazione e media relations. Saggista con “Star Wars. Le origini del mito” per i tipi di Nobook, pubblicato nel 2017, entro a far parte della redazione di Telepress nel 2021, occupandomi principalmente di temi di medicina e benessere e di divulgazione scientifica