Generic selectors
Exact matches only
Search in title
Search in content
Post Type Selectors
Generic selectors
Exact matches only
Search in title
Search in content
Post Type Selectors

27 Giugno 2026 | Attualità, Economia

Le disuguaglianze in Italia? Sarebbero nate mille anni fa

Secondo uno studio dell’Università di Padova l’instabilità dei territori che pesa ancora oggi ha origini nel Medioevo

marzena7-castello

Perché alcune zone d’Italia continuano a essere più ricche e produttive e altre pressoché ingovernabili? Le spiegazioni abituali chiamano in causa infrastrutture, investimenti, scuola o politiche economiche. Secondo una nuova ricerca dell’Università di Padova, invece, una parte dei motivi potrebbe risalire addirittura al Medioevo.

Lo studio, pubblicato sulla rivista scientifica Journal of Economic Geography, sostiene infatti che le disuguaglianze economiche del Paese affondino le loro radici in oltre mille anni di storia politica. In particolare, a pesare sarebbe stata la continua instabilità di molti territori italiani, passati per secoli da un’autorità all’altra prima dell’Unità d’Italia.

La ricerca, firmata da Giulio Cainelli e Roberto Ganau dell’Università di Padova insieme ad altri studiosi dell’Università Politecnica delle Marche, della Fondazione Bruno Kessler-Irvapp di Trento e dell’Istituto Nazionale di Astrofisica, ha ricostruito tutti i cambi di sovranità avvenuti tra l’anno 1000 e il 1861, misurando quante volte ogni area della penisola sia passata sotto governi, dinastie o Stati differenti.

L’idea di partenza è semplice: ogni cambio di sovranità ha significato nuove leggi, nuove amministrazioni, nuovi rapporti di potere e, spesso, nuove regole di convivenza. Se questo accade ripetutamente nel corso dei secoli, spiegano gli autori, diventa più difficile costruire un rapporto stabile tra cittadini e istituzioni. E proprio questa instabilità avrebbe lasciato una pesante eredità che ancora oggi produce strascichi sull’economia. I territori che hanno conosciuto il maggior numero di cambi di sovranità presentano mediamente livelli inferiori di sviluppo economico e di produttività del lavoro rispetto alle aree storicamente più stabili.

Il collegamento passa attraverso quello che gli economisti definiscono “capitale civico”: l’insieme di fiducia reciproca, senso di collaborazione e rispetto delle regole condivise che permette a una comunità di funzionare meglio. Dove il capitale civico è più forte è più facile cooperare, investire, fare impresa e ridurre i costi legati ai rapporti economici.

Per verificare questa ipotesi gli studiosi hanno utilizzato una serie di indicatori molto concreti: dalla partecipazione ai referendum alla diffusione del volontariato, dalla raccolta differenziata all’evasione del canone Rai, fino alla presenza delle sezioni Aido e, per il periodo successivo all’Unità d’Italia, delle società di mutuo soccorso. Il risultato è coerente: le aree segnate da una maggiore instabilità storica mostrano ancora oggi livelli più bassi di partecipazione civica e fiducia reciproca.

I ricercatori hanno verificato che il divario era già visibile all’inizio del Novecento. Nel 1911, infatti, i territori che nei secoli avevano cambiato più frequentemente sovranità presentavano anche un minore sviluppo industriale, segno che gli effetti dell’instabilità erano già emersi poco dopo l’unificazione del Paese.

«Il nostro lavoro mostra che la storia non agisce solo attraverso grandi eventi isolati, ma attraverso sequenze di cambiamenti istituzionali che modificano nel tempo il rapporto tra cittadini, comunità locali e istituzioni», spiegano Giulio Cainelli e Roberto Ganau. «Nei territori in cui la sovranità è cambiata più frequentemente, la formazione del capitale civico può essere stata più fragile, con effetti persistenti sullo sviluppo».

Lo studio non sostiene che il destino economico di un territorio sia già scritto. Al contrario, conclude che proprio il capitale civico rappresenta l’elemento su cui è possibile intervenire oggi. Le politiche pubbliche non possono cambiare mille anni di storia, osservano gli autori, ma possono rafforzare la fiducia nelle istituzioni, incentivare la partecipazione dei cittadini e favorire la cooperazione sociale, contribuendo così a ridurre gli effetti che le antiche fratture continuano ad avere sull’economia italiana.

Di <a href="https://www.telepress.news/author/daniela-faggion/" target="_self">Daniela Faggion</a>

Di Daniela Faggion

Emiliana di nascita, non ho ancora deciso dove mi piacerebbe mettere radici: nel frattempo sto in prestito a Milano dal 2000. Giornalista pubblicista dal 2003 e professionista dal 2006, ho lavorato per diversi media e pubblicato due libri. Scrivo per Telepress dal 2022 e mi occupo di attualità, scienze, ambiente, ed enogastronomia, sempre per raccontare l'Italia vista dal mondo e l'Italia in giro per il mondo.