Generic selectors
Exact matches only
Search in title
Search in content
Post Type Selectors
Generic selectors
Exact matches only
Search in title
Search in content
Post Type Selectors

20 Marzo 2009 | Senza categoria

Industria culturale e paura digitale

Gli ultimi sviluppi sul complicato rapporto tra internet e diritto d’autore: download selvaggio, nuove leggi punitive e risveglio degli artisti Internet e il copyright, due mondi da sempre in conflitto. La rivoluzione cominciò nel 1999 con Napster.: l’arte perdeva per la prima volta il supporto, la sua connotazione materiale, per diventare codice binario. Il più importante cambiamento dalla nascita della così detta industria culturale, che si basa proprio sulla riproducibilità tecnica e in serie delle opere. In questo decennio di file sotto i ponti del download ne sono passati parecchi, ma il peccato originale su cui si discute è rimasto lo stesso: è giusto scaricare gratis opere d’ingegno? Questione etica. Quanto è dannoso per l’industria il download? Bisogna limitarlo? Questione commerciale. Nelle ultime settimane, la cronaca di settore e quella giudiziaria hanno dato spunti importanti a riguardo. Il 16 marzo, l’Associazione Italiana Editori ha pubblicato il contenuto della sua audizione al Comitato tecnico contro la pirateria digitale e multimediale. “La pirateria è uno dei più importanti problemi che affliggono il mercato editoriale italiano, non meno di quanto avviene per il resto dell’industria culturale” si legge nel documento, secondo cui il danno causato da fotocopie e diffusione online dei libri è quantificabile in 315 milioni di euro. La digitalizzazione e il peer to peer sono il nuovo spauracchio dei librai dello Stivale, che non sanno come proteggere il diritto d’autore delle loro opere. “Sono 3,5 milioni gli italiani che utilizzano abitualmente sul posto di lavoro sistemi di file-sharing – puntualizza la Aie – e il fenomeno è in crescita”. Gli editori chiedono campagne informative per sensibilizzare i cittadini sul problema e leggi più restrittive contro il materiale illecito “così come sta avvenendo negli altri paesi”. Gli altri paesi sono Usa, Gran Bretagna e Francia. Negli Stati Uniti i provider hanno deciso di tagliare la connessione a chi scarica illegalmente materiale culturale protetto da copyright. Le etichette discografiche, che dal 2003 hanno intentato 35mila cause per pirateria contro gli stessi provider (perdendo spesso e malvolentieri) si sono alleate con il vecchio nemico. Una svolta epocale. E’ di pochi giorni fa, poi, la proposta della creazione di un’agenzia britannica che tuteli il diritto d’autore online. La Digitasl Rights Agency sarebbe un’autorità finanziata dall’industria atta, con disconnessioni, multe e campagne pubblicitarie, ad arginare il fenomeno della pirateria web. In Francia si sta discutendo invece la legge Hadopi, un testo di approccio pedagogico su ‘Creazione e internet’ che propone di delegare al potere amministrativo la facoltà di sospendere la connessione a pirati e provider che alimentano il mercato illegale di internet. Gli operatori si sono schierati contro questa risoluzione. Altre idee riguardano la limitazione della velocità di banda. In tutto questo susseguirsi di appelli e numeri drastici, la scorsa settimana i musicisti inglesi hanno preso una posizione netta e innovativa su web, pirateria e copyright. La Featured Artists Coalition (tramite la voce di Radiohead, Robbie Williams e altri) chiede politiche meno restrittive per chi pratica download illegale, una più equa (per gli artisti) ridistribuzione degli introiti pubblicitari dei siti che sfruttano pesantemente la musica a fini commerciali (su tutti YouTube), la riduzione dei prezzi dei cd. Nodo focale del manifesto è il ritorno del copyright nelle mani dei creatori dell’opera. Forse gli autori cominciano a capire i meccanismi di internet: la rete non garantisce introiti fissi sulla proprietà intellettuale, ma enorme pubblicità (spesso gratuita) e diffusione, che consentono grossi ricavi per esibizioni dal vivo e altri eventi. Certo è che, nel 2009, le sovrastrutture dell’industria culturale (basate essenzialmente sulla vendita del supporto fisico dell’opera e sull’immagine degli artisti) sono anacronistiche. Sopravvivono i piccoli apparati di nicchia, le case di medie dimensioni spariscono e le major rimpiangono gli introiti multimilionari del passato. Difficilmente spariranno, invece, l’arte e il suo mercato. Serve però una riduzione delle pretese economiche, una presa di coscienza dei propri limiti e delle nuove possibilità offerte dalla rete. • Stefano Pini

Leggi anche: