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18 Giugno 2010 | Senza categoria

Net-economy: contenuti in ombra

  Internet sembra favorire gli aggregatori. Il colosso News Corp. scommette sulla produzione di contenuti e la loro distribuzione a pagamento.   Da sempre, nell’industria culturale il contenuto l’ha fatta da padrone. Il web scardina però le strutture consolidatesi in tre secoli di produzione libraria e giornalistica di massa. La rete, più che creare contenuti, ne fa collezione come un’enorme contenitore e deve poi affrontare il problema della selezione e della messa in ordine degli stessi. Ecco dunque che le grandi net company non si affannano nella creazione di materiale online: Google non genera alcun tipo di contenuto ma anzi è celebre per il servizio News che fa da collettore alle notizie compilate dalle testate internazionali; Microsoft è concentrata sulle ricerche; Facebook colleziona materiale direttamente dai suoi iscritti, di bacheca in bacheca, come Twitter; anche Yahoo!, che sta sviluppando una redazione online, è conosciuta per servizi come Flickr, altro aggregatore.   Sembra che il successo sul web si ottenga organizzando materiale, e che non ci siano spazi né grandi guadagni a disposizione per chi prova invece a produrre contenuti. Variabile impazzita, ma solo apparentemente, di questo panorama è Rupert Murdoch. Il plenipotenziario di News Corporation sta lentamente riorganizzando le attività online del suo gruppo editoriale mettendo al centro del progetto proprio i contenuti. Lo scontro tra News Corp. e l’ideo­logia del ‘tutto subito e tutto gratuito’ che pervade internet è cosa vecchia. Murdoch, fiero capitalista d’antan, non è disposto a regalare alcuno dei beni prodotti dalle sue aziende, siano essi notizie, film o serie televisive.   Il magnate australiano approccia la rete come ha approcciato la televisione (con Fox News e Sky) e prima ancora il mondo della carta stampata (con The Sun). Tutto è mercato e lo scopo è il profitto e, di conseguenza, il valore del contenuto è inviolabile e va pagato equamente. Anche sul web. News Corp. ha introdotto nel 2009 il paywall al sito del Wall Street Journal e si appresta a fare lo stesso con il portale di The Times, divenendo il primo colosso editoriale a puntare con decisione sull’accesso a pagamento delle news online. Le medesime testate sono state tra le prime a esordire con apposite applicazioni su iPhone e iPad, sempre a pagamento. Ma, se è facile pensare che i lettori specializzati (di ambito finanziario per il Wsj) siano disposti a versare un obolo per accedere alle informazioni in rete, il discorso si fa più complesso per quelli generici (che interessano The Times, ad esempio), che hanno a disposizione centinaia di altre testate ad accesso libero. Internet non è stato clemente con i grandi nomi dell’editoria che hanno tentato di fare fortuna attraverso la produzione e successiva distribuzione di contenuti. La stessa News Corporation ha avuto parecchie difficoltà nella gestione del social network MySpace, acquistato nel 2005 per 580 milioni di dollari e da due anni in calo di utenti e di introiti pubblicitari.   Murdoch rappresenta un’anomalia perché si relaziona alla rete come se non fosse una rete, non riconoscendone la struttura e la sua irrisolta mescolanza tra democrazia e anarchia ma anzi provando a trasformarla in un regno personale. Questo non per mal celata ottusità, ma perché forte di un impero che gli consente di andare contro corrente, di correre il rischio (calcolato?) del giocare ‘uno contro tutti’. Difficile dire se il suo nuovo tentativo di guadagnare direttamente dalla messa online dei contenuti andrà a buon fine. Ignorare i principi del web potrebbe non pagare, almeno a lungo termine quando le vie alternative percorse da alcuni rivali otterranno i primi riscontri. Bbc punta sull’integrazione tra tv, radio e spazi online con il lettore digitale iPlayer (e gli spot a rimpolparne i guadagni); The Guardian e The New York Times pensano allo sfruttamento degli archivi e a contenuti appositi che allettino un’utenza specifica disposta a spendere per informazioni particolari avendo gratuitamente quelle d’agenzia. Gli esperimenti sono solo all’inizio: i contenuti, per ora, riempiono ancora l’involucro della rete. • Stefano Pini – Manuela Izzo  

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