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28 Febbraio 2013 | Senza categoria

Telelavoro, occupazione o ozio casalingo?

Lavorare indossando le pantofole. Lasciare l’auto dov’è, dimenticarsi la coda e chiamare i colleghi da casa. Preparare una presentazione in cucina, organizzare un incontro dal salotto e chiudere un progetto dalla propria scrivania. Un sogno o un incubo? Il telework, lavoro a distanza, o telecommuting, è una realtà che conta sempre di più e continua a dividere psicologi e scienziati. Il mese scorso l’università di Stanford ha pubblicato i risultati di un lungo esperimento condotto in Cina, concludendo che il lavoro da casa aveva aumentato la produttività e il benessere dei dipendenti. Anche la Commissione Europea ha indicato il tele-lavoro come uno degli strumenti da incentivare per aiutare la crescita dell’occupazione da qui al 2020. Ma altri studi parlano invece di aumento dei conflitti, solitudine e difficoltà nel gestire un orario che si espande ben oltre le otto ore giornaliere.  Secondo la rivista Forbes , il 2013 sarà l’anno del lavoro da casa, almeno per gli Stati Uniti. Oggi sono quasi tre milioni gli americani che chiamano ufficio una stanza nel loro appartamento e aumenteranno: già adesso, negli Usa, i dipendenti e i liberi professionisti che seguono l’attività da casa almeno una volta alla settimana sono più di 30 milioni. “Con l’aumento del costo della benzina e degli affitti per gli uffici”, scrive Brett Caine: “Diventa sensato economicamente considerare delle alternative agli uffici centrali. Il lavoro del futuro sarà nomade”. Seppur lentamente, anche nel vecchio continente si sta affermando la tendenza a scegliere il lavoro a distanza. La media europea è del 18%, con un abisso fra Paesi come l’Inghilterra, dove più di due impiegati su dieci non si muovono dal salotto, o i Paesi scandinavi, in cui i casalinghi superano il 30%, e l’Italia, con un misero 5% registrato nel 2009. In Francia gli occupati che vedono i colleghi solo su Skype sono ormai più di due milioni e hanno ottenuto nel marzo scorso una legge che riconosce il loro status. Secondo una recente ricerca della confindustria britannica quasi il 60% dei dipendenti delle più grandi aziende del Paese ha la possibilità di lavorare, di tanto in tanto, senza andare in ufficio e timbrare il cartellino. Per i futuristi di World Future Society, nel 2015 saranno un miliardo e mezzo, al mondo, gli impiegati pantofolai. Di fronte alla scalata dei numeri, il dibattito sulle conseguenze si è reso urgente: lavorare da casa fa bene o male? Aiuta le imprese o crea soltanto confusione? Migliora o peggiora la vita degli impiegati? L’Università di Stanford ha provato a dare una risposta, coinvolgendo 900 dipendenti di una multinazionale cinese. Circa 200 impiegati al centralino hanno accettato di seguire l’esperimento dall’inizio alla fine e per nove mesi si sono divisi in due gruppi: chi lavorava da casa, in una stanza dedicata, con cuffie e computer, e chi è rimasto in ufficio. Alla fine del periodo di prova i ricercatori hanno tirato le somme, dimostrando un incremento di produttività del 13% fra i dipendenti che avevano scelto di seguire l’attività dal loro appartamento. Non si tratta solo di aver aumento la capacità di portare a termine le richieste, scrivono gli studiosi di Stanford. Intervistati, i centralinisti “casalinghi” avrebbero detto di sentirsi più soddisfatti e di aver avuto meno contrasti con i capi e i colleghi. Il contesto più calmo e silenzioso avrebbe permesso loro di fare più telefonate e rendersi meno pause per staccare dal caos. Alla fine dell’esperimento però, soltanto la metà di loro ha continuato a lavorare da casa: gli altri sono tornati in ufficio. La commissione statunitense per le pari opportunità ha scelto di incentivare l’occupazione a distanza come risposta al problema della disoccupazione per i disabili. «Il 44 per cento degli adulti con disabilità non trova impiego», scrivono i ricercatori del Georgia Institute of Technology di Atlanta: “Il costo sociale di questa immobilità arriva a 200 miliardi di dollari l’anno. Il lavoro da casa potrebbe essere una soluzione”. E poi c’è Yahoo!. Il colosso della Silicon Valley, attraverso il suo amministratore delegato Marissa Mayer fa sapere che “d’ora in poi tutti i dipendenti dovranno essere presenti fisicamente nelle strutture dell’azienda”. Qualcuno dei lavoratori ha già storto il naso, ma l’azienda è stata perentoria: chi non accetterà le nuove direttive sarà costretto a prendere la porta e a licenziarsi. I cambiamenti avranno effetto a partire dal mese di giugno, prendere o lasciare. Un aut aut. Il motivo del dietrofront lo spiega in una nota interna inviata dal vice presidente senior per il personale e lo sviluppo, Jakie Reses, dove si sottolinea la necessità che lo staff sia “fisicamente insieme”, oltre al fatto che “velocità e qualità del lavoro sono spesso sacrificate quando si opera da casa”. Ma non ci avevano detto il contrario?

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