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18 Gennaio 2007 | Senza categoria

Rai: fuori politica e pubblicità

Come far tornare la Rai una tv di servizio pubblico? Ne abbiamo parlato con il ministro delle Comunicazioni Paolo Gentiloni. E’ un Paolo Gentiloni stanco dai tanti impegni della politica, ma sempre disponibile al dialogo e al confronto. Ci sarebbero molti argomenti di cui parlare con il ministro delle Comunicazioni a partire dal Wi-Max e dal progetto della banda larga per coprire tutto il territorio della Penisola, fino al discorso dell’abolizione della tassa di ricarica per le schede dei telefonini. Ma il chiodo fisso del ministro Gentiloni è, attualmente, la riforma della Rai e le mille discussioni che ha scatenato il suo progetto fuori e dentro le aule del Parlamento. L’iter del disegno di legge per il riassetto del settore radiotelevisivo presentato da Gentiloni è stato approvato all’unanimità nell’ottobre scorso in Consiglio dei ministri. Ma il ddl sarà esaminato solo dopo l’audizione dello stesso Gentiloni, a Montecitorio. Dopo cominceranno le audizioni dei diversi attori del sistema. L’occasione per incontrare il titolare del dicastero delle Comunicazioni è stata offerta dall’osservatorio giornalistico Mediawatch in collaborazione con il Club del Marketing. Il tema della serata, organizzata presso il Circolo della Stampa, era: ‘Il sistema dei media tra etica e nuove professionalità’. Gli ospiti d’onore, oltre a Paolo Gentiloni, erano Pierluigi Mantini, deputato della Margherita, Franco Abruzzo, presidente dell’Ordine dei Giornalisti della Lombardia, Gigi Bacialli, direttore di Canale Italia, e Ruben Razzante, consigliere nazionale dell’Ordine dei Giornalisti. Ministro, perchè una riforma della Rai e perchè proprio adesso? La Rai esiste da 52 anni e nella sua storia ha vissuto poche riforme, rarissime se vogliamo proprio ben vedere, l’ultima 31 anni fa nel 1975. Quando è nata c’era solo la Rai come televisione in Italia, le tv commerciali sono arrivate dopo. Da una rete nazionale si è passati a due e poi tre per una precisa richiesta politica, che in un primo tempo ha assegnato all’area democristiana Rai Uno e poi all’area laica e socialista la seconda rete. Con i movimenti degli anni 70 e la crescita del Partito comunista è stata creata la terza rete con una connotazione radicata nel territorio e nelle sedi regionali. Oggi i partiti, soprattutto quei partiti, non esistono più. E anche la sola tv di Stato non esiste più perchè il concetto è stato allargato con la nascita delle tv private. Nel 1975 iniziò Telebiella che era finanziata da un imprenditore del settore tessile e poi sono nate altre realtà, alcune delle quali conosciamo ancora oggi. La voglia di riforma non arriva forse un po’ in ritardo rispetto allo sviluppo del mercato televisivo e all’evoluzione delle tecnologie? Con la fine del monopolio ci sono state importanti novità che in soli 30 anni hanno cambiato completamente lo scenario della tv: penso prima alle tv commerciali, poi alla tv a pagamento e il satellite fino al digitale terrestre e alla tv via internet. L’essere ancorata alla politica, perciò, non ha giovato alla Rai in questi anni di cambiamenti? Pensate che dopo Tangentopoli e lo sconvolgimento dello scenario politico italiano i governi precedenti, l’Ulivo e la Casa delle libertà, hanno provato a riformare la tv di Stato, ma poi a conti fatti la Rai è rimasta sempre la stessa. Insomma, l’ultima riforma data 1975, poi solo tentativi falliti. Cosa fare, allora? Ci sono due cose da fare: rendere la Rai più autonoma dalla politica italiana e indipendente dalla pubblicità perchè tv di servizio. Realisticamente è fattibile alla luce di come vanno le cose sull’asse Parlamento-Rai? E’ un compito duro quello di staccare la Rai dalla politica e certi dirigenti Rai dalla logica di compiacere alla politica per continuare a fare il loro lavoro. Slegare la Rai dalla politica è il primo passo per poi trasformarla in cosa e con quali organi di controllo? Penso che la Rai si possa staccare dalla politica creando una fondazione con nomine dei dirigenti autonome dagli scenari e dalle alternanze parlamentari. Non è più possibile pensare a una tv di Stato che ogni cambio di governo lo subisca con nuove nomine dei dirigenti e rivoluzioni di programmi e progetti. Nomine dei dirigenti: chi le farebbe? Le nomine dei dirigenti potrebbero essere legate alla fondazione rimanendo autonome dalla politica. Penso al sistema britannico della tv di stato: il modello Bbc è un modello che funziona. La questione morale è stata al centro di scandali e discussioni. Cosa ne pensa? Bisogna slegare il concetto che i dirigenti possono fare bene solo piacendo ai politici. La questione morale è di stretta attualità e non solo da legare agli scandali, o presunti tali, di certi singoli dirigenti. E’ opinione diffusa nei piani alti della Rai che solo piacendo a interlocutori politici si possa rimanere al proprio posto e continuare a lavorare. Questo è sbagliato. Rai e pubblicità: rapporto difficile da spiegare visto che si parla di servizio pubblico. Per la pubblicità il discorso è quello di tornare al servizio pubblico. Una Rai che vive con la pubblicità, non una Rai che vive di pubblicità. Proprio al servizio pubblico italiano si sono ispirate le principali tv commerciali alla loro nascita e non solo in Italia. Ora è la tv pubblica che si ispira a quella commerciale e la copia per avere ascolti e, di conseguenza, pubblicità. Se una persona davanti alla tv la sera fa zapping non riesce a distinguere tra servizio pubblico e tv commerciali. E’ tutto uniformato. Il ministro Gentiloni quando torna a casa e si mette davanti alla tv cosa vorrebbe guardare? A me piacciono molto i film e non ne trovo mai sui canali analogici. Per vedere un bel film, nuovo e non, devo andare per forza sulla tv a pagamento. Ecco, la tv per tutti trascura i film a favore di altre produzioni. Un peccato. I diritti per acquistare i film costano più di altre produzioni che attirano maggiormente la pubblicità. Più quantità che qualità. Perchè La Rai è un’anomalia europea: c’è il canone da pagare ma poi vive con la pubblicità. E solo i grandi ascolti l’attirano altrimenti si cambia il programma e si stravolgono i palinsesti. La tv pubblica deve saper vivere e scegliere senza l’assillo dei cambiamenti e dei dati di ascolto. Un suo slogan per supportare la riforma della Rai? In definitiva posso dire che la tv pubblica non è la tv commerciale: via la politica e via la pubblicità. Altrimenti non si va avanti. Come se la vedrà con la concorrenza la Rai attuale e quella che verrà C’è un problema in più, oggi. Adesso non c’è solo la concorrenza delle tv commerciali ma anche quella del satellite, del digitale terrestre e della tv via internet. La Rai ha una concorrenza di almeno 500 canali. Se non torna servizio pubblico non può competere con questa quantità di canali commerciali, tematici e a pagamento. Ce la farà a passare la riforma? La proposta sarà difficile da far passare in Parlamento. La mia è un’idea positiva e sono sicuro che riuscirò nella riforma. Infine, una domanda sulla radio. A che punto è e che progetti ci sono per il Dab? Per quanto riguarda l’emittenza radiofonica in digitale si spera di riprendere il discorso al più presto. La sperimentazione del Dab ha evidenziato qualche problema, forse anche più di uno, ma risolvibile. Il discorso andrà avanti e nei primi sei mesi di quest’anno faremo i conti e vedremo quante risorse investire. Investire significa aumentare il canone Rai? I costi del passaggio al digitale, televisivo e radiofonico, sono alti e sostenuti solo con il canone. Aumenti di costi significano aumenti di canone, ma l’impegno del Governo è andare avanti con le risorse che già ci sono. • Marco Scurati

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